La controversa flessibilità dell’UE e di Giorgetti
La Commissione Europea ha annunciato una flessibilità fiscale aggiuntiva fino allo 0,3% del PIL annuo per il triennio 2026-2028, con un tetto cumulativo dello 0,6%, per misure di resilienza energetica. Giorgetti ha dichiarato di essere “soddisfatto”. Permettetemi di non esserlo.
Questa flessibilità vale solo per i Paesi che non sono in procedura per deficit eccessivo. L’Italia è attualmente sotto procedura quindi non potrà usare questa clausola per uscire dalla procedura stessa. Insomma #Giorgetti esulta, ma i vincoli che strangolano la nostra capacità di investire restano intatti.
Ma c’è un secondo livello di lettura più politico e decisamente più importante.
La flessibilità non potrà essere usata per tagliare le accise sui carburanti o per abbassare le bollette direttamente alle famiglie o per dare soldi in tasca a chi fa fatica ad arrivare a fine mese. Solo per investimenti nella transizione energetica pannelli solari, pompe di calore, auto elettriche (prevalentemente per manufatti o prodotti industriali che l’Italia non produce). Cose utili, per carità ma non oggi e non per chi non sa come pagare la bolletta di questo mese.
Questo è il profilo autentico dell’Unione Europea. Rigida come il marmo quando si tratta di deficit, welfare, sanità, sussidi alle famiglie. Elastica quando si tratta di armi, difesa e transizione verde imposta dall’alto. L’Europa concede flessibilità per ciò che serve ai mercati finanziari e alle industrie strategiche. Non per ciò che serve agli italiani.
Giorgetti promette che “il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie.”
“MA mi faccia il piacere” ( Cit. Totò). Per i lettori questo è lo stesso Giorgetti che da anni ci spiega che le regole europee vanno rispettate e che ora, quando arriva un po’ di flessibilità, esulta come se avesse vinto una battaglia. Non ha vinto nulla. Ha ottenuto il permesso di fare un po’ di debito in più purché lo spenda dove Bruxelles vuole.
Il Movimento Sociale lo dice senza ambiguità: questa non è sovranità. È gestione controllata della dipendenza. Un Paese sovrano decide da solo come spendere i propri soldi e non chiede il permesso a Dombrovskis.
La vera flessibilità che l’Italia aspetta è quella di uscire da un sistema che ci impoverisce, ci vincola e ci tratta da colonia finanziaria. E quella flessibilità Bruxelles non la concederà mai. Quindi o si cambiano le regole o si cambiano i partner
